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invia la discussioneIl valore legale dei titoli di studio: residuato anti-storico o garanzia di uguaglianza?
10 gennaio 2009 18:02 | Ferdinando di Orio (Rettore L'Aquila) | 5 commenti | vai all'ultimo commento
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, questo intervento del Ferdinando del Rettore dell'Universita' degli Studi dell'Aquila.
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L'ordine del giorno presentato dalla Lega Nord e approvato ieri in Parlamento, che vincola il Governo all'abolizione del valore legale del titolo di studio, non puo' non preoccupare fortemente tutti coloro che abbiano a cuore le sorti del sistema universitario pubblico. A maggior ragione, se rappresenta l'avvio della fase due di riforma dell'Universita' piu' volte annunciata dal Ministro Gelmini.
Una preoccupazione che deriva sia dal merito della questione sia dalle motivazioni con le quali e' stata affrontata che - ahime' - sono state in parte condivise anche dall'opposizione che ha ritenuto questo punto "un buon inizio per una riforma del sistema universitario basato sul merito, sulla qualita' dell'insegnamento e della ricerca".
Il valore legale del titolo di studio viene individuato come la causa di formalismi e rigidita' che pesano sul nostro sistema universitario e che, secondo le dichiarazioni di Paolo Grimoldi della Lega, primo firmatario dell'ordine del giorno, determinano la "falsa concorrenza agli atenei del Nord da parte delle universita' meridionali che si sono trasformate in laureifici".
La sua abolizione indurrebbe, invece, una concorrenza virtuosa tra Atenei che darebbero sempre maggiore importanza alla qualita' della didattica, attraendo le matricole ad iscriversi in quelli sedi universitarie che godono di maggior prestigio in tal senso. La mancanza, inoltre, della necessita' del "pezzo di carta" per accedere al mercato del lavoro, implicherebbe la frequenza delle scuole e delle
Universita' solo da parte dei ragazzi veramente motivati, con un conseguente miglioramento dell'offerta formativa.

Queste motivazioni sembrano tuttavia dimenticare che l'Universita' italiana gia' compie una spietata selezione degli studenti in funzione di varabili che poco hanno a che vedere con il merito in senso stretto (si laurea l'81,4% di studenti con genitori laureati, il 59,6% con genitore diplomati, il 41,8% con genitori con la licenza media, il 30,2% con genitori con la licenza elementare) e che il nostro Paese non puo' assolutamente permettersi di continuare ad essere la cenerentola del Paesi OCSE nel numero di laureati (solo il 17% della popolazione tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea a fronte di una media OCSE del 34%). Invece di escogitare incentivi per motivare i giovani a frequentare l'Universita' e per aumentarne il successo negli studi universitari, si rincorrono espedienti per demotivarli ulteriormente e condannare il nostro Paese ad un inarrestabile declino culturale. Espedienti che, peraltro, hanno il vizio sostanziale di ritenere che l'abolizione del valore legale del titolo di studio possa magicamente sanare tutti i problemi e le distorsioni presenti nell'Universita' italiana.

In realta' cio' determinerebbe esclusivamente una liberalizzazione del sistema formativo che, accompagnata dalla sua privatizzazione, comporterebbe un'esplosione di corsi privati dall'incerta qualificazione in un "mercato formativo" fatalmente influenzabile da logiche economiche. Con la conseguente necessita' di istituzione di un sistema in grado di verificare la qualita' dell'insegnamento di ogni sede, certificando percorsi formativi e contenuti didattici. Così un provvedimento nato per garantire il superamento di "formalismi e rigidita'", comporterebbe di fatto una ulteriore burocratizzazione dei percorsi formativi e di tutta l'attivita' universitaria.

La sostituzione del valore legale del titolo di studio con un sistema di accreditamento degli Atenei, trasformerebbe una garanzia "in uscita" verso il mondo del lavoro in un prerequisito "in ingresso" nel mondo dell'Universita', con un corto-circuito logico che, classificando gli Atenei in diverse categorie di eccellenza, finirebbe per discriminare gli studenti fin dall'accesso nelle Universita', con una chiara violazione sia del dettato costituzionale sia delle direttive comunitarie - recepite peraltro dal decreto legislativo 206/07 - secondo le quali i paesi membri dell'UE sono tenuti a riconoscere il valore legale di titoli e qualifiche di ciascun altro paese.

In realta' il valore legale del titolo di studio rappresenta, in un sistema di generale precarizzazione del mondo lavoro, la migliore garanzia in grado di assicurare reali condizioni di uguaglianza per tutti i cittadini nell'accesso al mondo delle professioni. Il sospetto e' che il vero obiettivo non sia tanto il miglioramento della qualita' della didattica e della ricerca universitarie quanto piuttosto l'ulteriore liberalizzazione proprio del mercato del lavoro."


commenti
  1. Conseguenze dell'abolizione del valore legale del titolo di studio sui concorsi di accesso agli impieghi pubblici.
    inviato da Gianfranco Denti (Universitą di Pisa) il 12 gennaio 2009 11:51

    Le considerazioni svolte, con la consueta lucidità, da Ferdinando di Orio sulle nefaste conseguenze dell'abolizione del valore legale dei titoli di studio sono tutte condivisibili e dovrebbero indurre a più accorte riflessioni gli avventati sostenitori di provvedimenti abolizionistici che da non poco tempo agitano la questione anche "da sinistra" (?!).

    Un'ulteriore conseguenza di quella scelta sarebbe anche l'abolizione, di necessità, dei concorsi di accesso agli impieghi pubblici previsti dal terzo comma dell'art. 97 della Costituzione: l'impossibilità di limitare la partecipazione a chi sia in possesso di particolari titoli aventi valore legale renderebbe impraticabile qualunque procedura concorsuale.

    Ebbene, v'è da chiedersi se fra gli obiettivi di molti "abolizionisti" non vi sia anche (e forse soprattutto) l'adozione generalizzata della "chiamata diretta", sogno di tutti coloro che sul sistema delle raccomandazioni e dei favoritismi fondano il proprio potere personale, ed anche di chi, forse ancor più pericolosamente, intende usare a fini politico-ideologici la "colonizzazione" degli apparati pubblici, scuola, università e magistratura comprese. 

    Che i concorsi siano a volte delle sceneggiate dagli esiti scontati è purtroppo vero; non si vede però come la loro abolizione, anziché l'adozione di serie azioni di contrasto a tale malcostume, possa costituire garanzia di qualità nel reclutamento di chi svolge funzioni pubbliche. (Ma intanto un altro principio costituzionale verrebbe smantellato ed un'altra tessera aggiunta al mosaico del "Piano di rinascita nazionale", tanto caro agli affiliati alla P2 ed ai loro emuli ed estimatori...)

  2. In difesa del mantenimento del valore legale della laurea (in forma attenuata)
    inviato da Paolo Gianni, Universitą di Pisa il 13 gennaio 2009 11:44
    Nelle dichiarazioni di molti esponenti del mondo della politica e della cultura si tende ad individuare nel “valore legale del titolo di studio” l’origine di gran parte dei mali che affliggono l’università italiana. La sua abolizione sarebbe la “conditio sine qua non” per innescare quel circolo virtuoso che, facendo competere tra loro gli atenei, permetterebbe di incentivare i migliori e così migliorare nel tempo la loro capacità di produrre didattica e ricerca. Lo stesso Ministro della Pubblica Istruzione, On.le Gelmini, ha criticato tale istituto ed il suo superamento è espressamente previsto in uno specifico paragrafo delle Linee Guida del Governo per l’Università. Una esplicita richiesta di eliminazione del “valore legale della laurea” è addirittura contenuta in un ordine del giorno approvato dalla Camera in occasione della definitiva conversione in legge del Decreto-Legge 180/2008.

    Intanto bisognerebbe prima chiarire la portata di questo valore legale, sgomberando il campo da false credenze. Chi volesse una chiara descrizione di come è nato e come si è evoluto questo concetto nella storia del nostro paese può rileggersi l’articolo di Giovanni Cordini
    ( http://cnu.cineca.it/docum06/valore-legale.doc ), professore di Diritto Comparato dell’Università di Pavia. Apparirà evidente che i titoli di studio universitari avevano originalmente soltanto un valore accademico, e il valore legale compare solo “en passant” nelle leggi recenti, a partire dalla riforma didattica (DM 509/1999) confermato poi dal recente DM 270/2004 che stabilisce “identico valore legale” per i titoli di studio universitari, dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe.

    Ma cosa significa all’atto pratico che un titolo di studio ha valore legale? Per i titoli che si conseguono nella Scuola significa primariamente che il titolo corrispondente ad un ciclo scolastico è requisito necessario per l’iscrizione al ciclo superiore. Oltre a ciò, il diploma della Scuola Superiore può essere requisito necessario per adire certe posizioni nella Pubblica Amministrazione. I titoli universitari sono requisito necessario per accedere all’esame di stato per l’abilitazione all’esercizio di alcune professioni (quelle regolamentate dallo Stato) e anche per l’accesso a livelli qualificati nel Pubblico Impiego. Non sono invece requisito indispensabile per l’accesso alla carriera docente: mentre infatti la laurea è richiesta per l’accesso al ruolo di ricercatore, i concorsi a Professore di Ruolo sono aperti a tutti i cittadini (anche stranieri) indipendentemente dal titolo di studio posseduto.

    I fautori della eliminazione del valore legale dei titoli sostengono che esso ha l’effetto di mettere sullo stesso piano titoli erogati da università che possono avere qualità molto diverse. Non avrebbe senso attribuire la stessa valenza ad una laurea in Economia ottenuta presso la Bocconi oppure, si fa per dire, nell’università di Canicattì creata da pochi anni e quindi senza tradizione. Ma siamo certi che la situazione sia questa? Pretendere il possesso della laurea per accedere ad una qualunque posizione qualificata indipendentemente dall’ateneo che l’ha rilasciata non significa affatto mettere tutte le università sullo stesso piano. Significa solamente stabilire che il titolo richiesto costituisce il “requisito minimo” per accedere a una certa posizione, senza per questo dare garanzia alcuna di accesso a tale posizione. Sarà soltanto il concorso di accesso che, attraverso il giudizio di una Commissione a ciò preposta, stabilisce quale è il candidato migliore per ricoprire quel posto. E tale giudizio correttamente non privilegerà aprioristicamente alcun ateneo, limitandosi al giudizio sui singoli. Sarà solo la probabile migliore preparazione ricevuta in un ateneo “virtuoso” che potrà avvantaggiare un candidato che ha ivi studiato. Ma un qualunque altro candidato in grado di dimostrare analoghe
    capacità dovrà avere le stesse “chances” indipendentemente dall’ateneo di provenienza. Che la laurea nei vari atenei non abbia lo stesso valore, del resto, gli studenti lo sanno benissimo: sono infatti diversi gli atenei, specie del centro-nord del paese, che hanno una alta percentuale di iscritti provenienti da altre regioni, a dispetto degli alti costi per mantenersi lontano dalla famiglia.

    Dove è che il “valore legale” potrebbe invece produrre delle ingiustizie? Succede quando esso viene inteso in modo formale, permettendo di attribuire validità diversa ai voti con cui una certa laurea è stata conseguita. Attribuire in un concorso pubblico un punteggio differenziato al voto di laurea significherebbe probabilmente svantaggiare proprio gli studenti che provengono dagli atenei migliori, quelli in cui i voti alti vengono concessi soltanto a fronte di una preparazione molto qualificata. Un tale uso del “valore legale” sarebbe ovviamente sbagliato.

    Molti ricorderanno la primitiva idea del Ministro Gelmini di dare un peso al voto del diploma di maturità nella selezione degli immatricolati alle Facoltà a numero chiuso. A nostro avviso è stato meglio soprassedere a una tale norma, proprio per le ragioni suesposte. Al fine di evitare assurde discriminazioni basterebbe stabilire che il valore legale di un titolo significa soltanto garanzia di possesso di certi requisiti minimi, indipendentemente dall’ateneo in cui si è studiato e dal voto con cui il titolo è stato riconosciuto: valore legale del titolo, ma non valore legale del voto.

    Siccome nel nostro paese è lo Stato che continuerà a supportare economicamente in modo prevalente la formazione universitaria, riteniamo corretto che sia lo Stato che debba fare una valutazione se un ateneo funziona bene e quindi merita di essere finanziato. Si ravvisa quindi l’opportunità che tutti i Corsi di Laurea istituiti dagli atenei vengano vagliati al fine di stabilire se possiedono certi requisiti e quindi meritano di essere finanziati. Non per nulla da diversi anni si parla di “accreditamento” dei corsi, una procedura di validazione che del resto esiste anche in altri paesi europei, ad es. nel Regno Unito. Sarebbe sufficiente identificare il nuovo “valore legale” con tale “accreditamento”. I corsi accreditati sarebbero finanziati dallo Stato, e solo ad essi verrebbe riconosciuto un “valore legale” inteso come certificazione del possesso di requisiti minimi. Naturalmente anche gli atenei privati potrebbero sottoporsi alla stessa procedura di accreditamento. I laureati in Corsi di Laurea accreditati avranno un titolo avente “valore legale” su tutto il territorio nazionale, nel senso che lo Stato garantisce che a tale titolo corrisponde una certa preparazione minima. Nulla di più. Ci penseranno poi i concorsi per l’accesso alle varie posizioni lavorative a differenziare i candidati.

    Qualcuno potrebbe obiettare che anche senza pretendere il requisito della laurea si potrebbe ottenere lo stesso risultato. E’ verissimo. In effetti se il comportamento di chi giudica fosse sempre dettato soltanto dall’etica, il migliore vincerebbe comunque. Ma ammettiamo per un momento che alla laurea non sia associato neppure il valore legale come sopra individuato.

    Ciò significherebbe che per l’accesso a posizioni qualificate nella Pubblica amministrazione ci si affiderebbe alla sola selezione concorsuale. In un paese ideale non ci sarebbero problemi. La selezione concorsuale, anche se in tal caso molto più faticosa, permetterebbe di evidenziare i candidati in possesso delle necessarie conoscenze e capacità, e tra questi scegliere i migliori. Ho dei forti dubbi che non possa succedere che il figlio tonto di un potente locale possa accedere a una di queste posizioni anche se in possesso del solo titolo di 3a media. Qualcuno obietterà subito che il potente locale è anche in grado di far ottenere al proprio figlio la laurea. In proposito ho ancora più dubbi. In una università pubblica in cui i docenti non siano ricattabili, ciò è infatti molto meno facile. Una laurea triennale mediamente richiede di affrontare almeno una quindicina di esami e quindi di superare il giudizio di almeno una quindicina di professori. Pur con tutte le riserve che si possono nutrire sul buon funzionamento dell’università di oggi, credo che ben pochi siano disposti a dar poco credito ad un titolo subordinato ad un tale vaglio, se non altro in base ad un criterio statistico.

    Ma ci sono anche altre motivazioni a spingere verso il mantenimento di una forma, attenuata, di valore legale della laurea. E’ il problema dei rapporti con gli Ordini Professionali. La completa rinuncia al valore legale significherebbe anche affidare soltanto agli Ordini Professionali la responsabilità della selezione dei soggetti atti all’esercizio delle professioni regolate per legge. Infatti, per quanto si auspichi di andare verso una società più liberistica, è ragionevole che continuino ad esistere professioni in cui lo Stato in qualche modo si fa garante che il professionista abbia superato un vaglio pubblico e sia quindi in grado di fornire un servizio corretto e qualificato ai cittadini. Per queste professioni non appare opportuno lasciare la scelta al 100% agli Ordini Professionali, tendenzialmente portati a perpetuare il proprio potere a
    scapito della concorrenza.
  3. prof. ing.
    inviato da Salvatore Nicosia il 14 gennaio 2009 19:21
    Completamente d'accordo con tutti i tre interventi.
    Mi piace molto la sottolineatura del contributo dell'istruzione pubblica alla democrazia sostanziale di un Paese.
    A proposito dei concorsi aggiungerei: nei Paesi dove il titolo di studio non ha valore legale; dove gli Ordini professionali sono libere Associazioni di professionisti; i giovani non avrebbero speranze di carriera se non intervenisse un correttivo tipicamente anglosassone (ma anche di aristocrazia intellettuale francese):
    - la durezza delle selezioni e
    - la facoltà di licenziare i dipendenti non soddisfacenti (a torto o a ragione).
    Io recentemente mi sono trovato a scegliere con un Bando tre collaboratori a contratto per il nostro laboratorio; ebbene, non mi è stato permesso di verificare i CV e gli attestati dei candidati "per motivi di riservatezza"!
    Gli attestati negli USA sono tutta un'altra cosa: là ne risponde sia chi li scrive che chi li esibisce.
  4. universitą pubblica - valore legale
    inviato da studenti universitą della calabria il 15 marzo 2009 21:05
    http://www.youtube.com/watch?v=QERtpezaVxM
  5. Globalizzazione?!?
    inviato da Gastone Dr. Paccagnella il 20 aprile 2010 07:48

    Ho letto il suo lungo commento alla richiesta di soppressione del Valore Legale dei Titoli di Studio e concordo con la Lega Nord anche se questo potrebbe essere considerato solamente un inizio per arrivare, se vogliamo richiamarci conoscenti i problemi della globalizzazione, all'apertura nel riconoscere direttamente i titoli di studio degli altri Stati del mondo. Non sono parolone ma solo la realtà che ci aspetta se vogliamo veramente dare un senso pratico alla politica della globalizzazione e riconoscerci veramente cittadini del mondo. Credo sia ora di finirla con gli egoismi di casa che sconfessano la buona volontà di certe persone nel non discriminare veramente i cittadini del mondo. Un laureato di qualsiasi stato extracomunitario deve per poter aver riconosciuto il suo titolo di studio in questo paese pagare fior di euro e questo può chiamarsi come? se non discriminazione monetizzare il diritto sacrosanto di un  cittadino del mondo a vedersi riconosciuto il suo titolo di studio dopo averlo raggiunto con sacrifici anche economici non indifferenti...

    Sono dell'avviso che ognuno di noi deve farsi un'autocritica per poter comprendere quello che ci aspetta veramente con la globalizzazione e mettere da parte egoismi, personalismi, false ideologie che distruggono quanto di buono può esserci in questo paese.   Come può un Laureato di un qualsiasi stato extracomunitario, iscritto all'albo professionale del suo paese e professando da diversi anni essere considerato in questo paese " analfabeta " solo perchp non ha la possibilità economica di far validare il suo titolo universitario? Perchè dato che ha un titolo universitario, e le università di tutto il mondo ormai si sonoscono molto bene, non gli si chiede di validare questo titolo finale e non tutta la sua vita scolastica che sono mediamente 17/17500 copie da validare? mi sembra che stiamo facendo il classico gioco dei bussolotti come diciamo noi in veneto... per non dare la possibilità a questi cittadini di poter essere considerati alla pari degli altri. Pensateci bene perchè questi sono i problemi di molti extracomunitari laureati extracomunitari che si trovano in Italia.



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