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«La trattativa tra Stato e mafia? Una bufala»
di Salvo Catalano | 13/02/2010 | 7 commenti |
Salvatore Lupo, autore di alcuni tra i più brillanti studi sulla storia della mafia, non ritiene credibile la tesi di Massimo Ciancimino. «Cerchiamo di non vedere complotti dappertutto, le cose davvero importanti sono molto più visibili» «I morti non si possono smentire e i vivi hanno difficoltà a difendersi dalle parole dei morti. É una condizione che crea inestricabili ambiguità». Lo scriveva Giuseppe D’Avanzo qualche giorno fa su Repubblica in riferimento alle parole di Massimo Ciancimino, il teste che racconta i segreti del padre Vito, ex sindaco di Palermo, morto nel 2002. Il più piccolo dei figli di don Vito ha iniziato a testimoniare nel 2007 davanti ai giudici della Procura di Palermo, al processo dove sono imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Nel novembre scorso ha anche consegnato ai magistrati la copia originale del famoso papello, prova della presunta trattativa tra lo Stato e la mafia. Salvatore Lupo, esperto del fenomeno mafioso e ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Palermo, è di tutt’altro avviso: «Penso che il patto tra Cosa Nostra e lo Stato sia nel complesso una grande bufala». Professore, qual era il ruolo di Vito Ciancimino negli anni ’80 e ’90? Chi rappresentava?
«Conosciamo Vito Ciancimino come sindaco di Palermo della Democrazia Cristiana, quando faceva e disfaceva l’amministrazione comunale cittadina pur essendo originario di Corleone. Negli anni dello scontro feroce tra Cosa Nostra e le istituzioni della Repubblica italiana, cioè tra gli anni 80 e l’inizio degli anni 90, Vito Ciancimino già non era più nessuno. Ad un certo punto, nel 1985, fu anche espulso dalla Dc. Eppure dalle ultime indagini sembrerebbe evidente che abbia conservato un ruolo di mediazione per i corleonesi, soprattutto nella fase di passaggio tra Riina e Provenzano. Tuttavia le uniche informazioni che abbiamo sono quelle del figlio Massimo, attendibili fino ad un certo punto». Quindi, secondo lei, non è credibile, visti i profili delle due figure, che Marcello Dell’Utri fosse in grado di sostituire Vito Ciancimino in questo ruolo di mediazione? Chi è invece Massimo Ciancimino? Che ruolo aveva in quegli anni?
«Assolutamente nessuno. Era un giovanotto con un sacco di soldi che derivavano dalle ruberie di suo padre».
Per cosa è sottoposto a processo? Di cosa è accusato?
«È accusato di reati finanziari, cose minori. Lui personalmente non è nessuno, i soldi gli vengono dal padre, per questo il suo patrimonio è a rischio di sequestro». Massimo Ciancimino racconta una serie di fatti (la cattura di Riina, il mancato arresto di Provenzano, la nascita di Forza Italia) collegandoli ad un’unica tesi: sarebbero tutte conseguenze della trattativa tra Stato e mafia. Lei cosa ne pensa? E il famoso papello? Delle richieste che la mafia avanzò su quel foglio, ne è stata realizzata qualcuna in questi anni?
«Nessuna richiesta del cosiddetto papello è mai stata realizzata. I teorici di questa trattativa dovrebbero spiegare come mai l’accordo non ha dato nessun risultato. Se una trattativa c’è stata, ha coinvolto Provenzano, Riina e forse un paio di ufficiali dei carabinieri. Questa storia del papello mi ricorda quando Salvatore Giuliano scriveva al presidente americano Truman proponendosi come campione della lotta anticomunista planetaria. Solo che Truman non lo prese mai in considerazione. Noi confondiamo a volte i tentativi, spesso goffi, dei mafiosi di accreditarsi come alleati di grandi potenze, con l’effettiva realtà. Tuttavia resta il fatto che il covo di Riina non fu perquisito, o almeno che della perquisizione non fu messa al corrente l’autorità giudiziaria. Può darsi quindi che in cambio di questa disattenzione, qualcuno ne abbia tratto giovamento». Ritiene invece credibile che ci siano stati contatti, o interessi comuni, tra la mafia e il nascente partito di Forza Italia?
«Non capisco la connessione logica tra l’aspetto imprenditoriale e quello politico. Facciamo un’ipotesi: un giovane studente ricicla a scuola della merce rubata da un compagno; anni dopo diventa Presidente del Consiglio, o fonda un grande partito politico. Il suo compagno di scuola andrà a dire in giro che lui ha tra le mani il governo». Secondo lei, quindi, aspetto politico ed imprenditoriale sono rimasti separati?
«Credo di sì. Che poi gruppi affaristici mafiosi e una serie di personaggi collusi, avendo in passato sfiorato, in una misura che io non so, una certa rete di interessi, si siano buttati dentro Forza Italia mi pare possibilissimo. In qualche caso perfino provato. Ma non c’è nessun grande complotto, le cose mi sembrano visibili. Né la relazione tra la mafia e un partito politico deriva dalle decisioni di un Ciancimino, ma neanche di un Provenzano. Sono movimenti di gruppi che si vanno a cercare lo spazio per esercitare un potere». Un sistema quindi meno verticista di quanto si creda?
«Assolutamente. Secondo me, anche se Ciancimino la racconta così e probabilmente ne è anche convinto, resta una ricostruzione in parte fantastica. Non per questo gli inquirenti non fanno bene ad indagare. Le polemiche sulle trame dei magistrati e sulla giustizia ad orologeria sono delle grandissime balle». Quello che racconta Ciancimino trova riscontro nelle dichiarazioni di altri testi o pentiti?
«Sì, anche perché la magistratura lavora su questa linea già da diversi anni. È stranissimo che ogni volta ci si stupisca. La cosa più probabile è che Ciancimino sia in buona fede, cioè che nell’ambiente di cui fa parte veramente si pensi di aver avuto un importante ruolo promotore di Forza Italia e si reclama una contropartita che non è arrivata». Perché Ciancimino jr. parla solo adesso, a distanza di tanti anni, di queste vicende? Lui si difende dicendo che nessuno gli aveva mai posto prima certe domande. È credibile o, come sostengono i suoi detrattori, vuole difendere il tesoro segreto del padre? O c’è dell’altro? Il governo Berlusconi si difende sostenendo che si è sempre fatto promotore di un’antimafia dei fatti. Rispetto agli ultimi provvedimenti presi, quali sono quelli effettivamente utili e quali quelli nocivi?
«Non entro nel merito dei provvedimenti. Dico solo che è singolare che il governo Berlusconi vanti i successi contro la mafia, e allo stesso tempo attacchi quotidianamente diversi magistrati che sono i protagonisti di quelle vittorie, e discuta sempre di provvedimenti che mirano ad indebolire la loro azione. C’è una sensazionale incongruenza. Durante il governo Berlusconi la lotta alla mafia è andata avanti ad un buon livello, lo stesso degli ultimi anni. Ma questo dipende dall’impegno dei magistrati, da una certa vigilanza dell’opinione pubblica e possibilmente anche dal ministro Maroni che non ha messo i bastoni tra le ruote. Sostenere però che fatti di vent’anni fa non sono veri perché oggi è stato arrestato Provenzano o Lo Piccolo, indica il livello miserabile a cui si è ridotto il dibattito politico italiano». Si è parlato di un certo dualismo dentro la Procura di Palermo, tra un gruppo di magistrati ‘minimalisti’ che agiscono solo quando sono certi di ottenere delle condanne con prove evidenti, e un gruppo ‘massimalista’ che si impegna in processi di livello superiore. Un esempio può essere il caso di Totò Cuffaro, condannato in appello per favoreggiamento aggravato, e ora di nuovo sotto processo con l’imputazione di concorso in associazione mafiosa. Esiste veramente questo dualismo?
Salvo Catalano
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