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Donne contro, donne per
di Claudia Campese e Carmen Valisano | 22/11/2007 | 2 commenti |
Parole, musica e immagini. Tanti modi per raccontare al femminile come rompere gli schemi, andare “contro”, a partire dalla rara testimonianza di Piera Aiello e da quelle di tante altre donne ![]() «Un pensiero a tutte le donne che andando contro, fanno qualcosa per». Era proprio questo lo scopo della serata che ha visto riunite ieri, nell’auditorium dell’ex Monastero dei Benedettini, artiste e personalità di vario genere, con qualcosa in comune: il loro “andare contro”. Contro la mafia, contro le sopraffazioni di cui spesso sono vittime le donne, o semplicemente contro un ordine sociale che qualcuno aveva scelto per loro. Dall’inizio alla fine dell’incontro scorrono immagini, foto di donne da vari paesi del mondo e ritratte in momenti di protesta o fatica. Alcune sconosciute, come alcune ragazze della scuola “Andrea Doria”, altre più note, come Rita Borsellino, Giuliana Sgrena, Rita Atria. Ma prima del momento dell’ingresso di Piera Aiello, si sono avvicendate sul palco altre “donne contro”, ciascuna con la propria esperienza. L’attrice Lucia Sardo, interprete de “I 100 passi”, ha iniziato come meglio non si poteva, ricordando il suo incontro con Felicia Bartolotta, meglio nota col cognome di Impastato (madre di Peppino). Una donna che, racconta la Sardo, «colpiva per il carisma della normalità» e che ad ogni persona che incontrava, lanciava un appello per non dimenticare: «m’agghiutari»! Aiutarla a diffondere la sua storia, per la profonda fede nell’idea che «la mafia non si combatte con le pistole, ma con la cultura». A metà serata arriva il momento più atteso: s’interrompono i flash, si spengono le telecamere, si mettono via i registratori. E’ questione di sicurezza, ci spiegano, sta infatti per entrare Piera Aiello, testimone di giustizia. Chi è Piera lo riassume prima Graziella Proto, ma sarà lei stessa a raccontarsi, a parlare di mafia, di violenza e di morte con una delicatezza che lascia tutti stupiti. Niente è come lo si poteva immaginare: pensavamo ad un grave momento di riflessione, ad una forte commozione accompagnata forse da tristezza, e invece tutto è andato diversamente. Piera racconta le «vacanze romane» con Rita, quando sono riuscite finalmente a riappropriarsi della loro gioventù; rende vivo il ricordo di «zio Paolo», come chiama tuttora Paolo Borsellino. Ma lancia anche un’accusa: «L’organo Commissione del servizio centrale, che è quello che tratta coi collaboratori di giustizia, non funziona e non funzionerà mai. Quella che manca è la sensibilità. Tra me e Rita c’era una differenza: lei è cresciuta in una cultura mafiosa, non credeva pienamente nelle istituzioni. Io sì, ma la mia fiducia va solo a quelle persone, ai ragazzi della scorta, che da anni mettono a repentaglio la loro vita per me. In loro non vedo lo Stato, vedo la mia famiglia». Come incarnando il pensiero di tutti i presenti, Rita Borsellino segna il passaggio definitivo verso un sentimento di coraggio e impegno: «Oggi le cose sono cambiate, si intravede un futuro diverso. Ci sono tante realtà sensibili: giovani, associazioni. Oggi Rita non si ucciderebbe più, perché non si sentirebbe sola».
Claudia Campese e Carmen Valisano
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